Dietro uno schermo cambiano distanza, tempi e percezione dell’altro. È qui che nasce il Far Web, quando online si attenuano i freni della vita reale.
C’è una domanda che, prima o poi, dovremmo farci tutti. Non riguarda i troll professionisti, i profili anonimi creati per provocare o quei personaggi che sembrano trascorrere buona parte delle loro giornate litigando sui social. La domanda riguarda noi. Siamo davvero sicuri di comportarci online nello stesso modo in cui ci comporteremmo avendo davanti, in carne e ossa, la persona alla quale stiamo scrivendo? Pensiamoci!
Una discussione al bar, in ufficio o durante una cena ha limiti piuttosto evidenti. Vediamo il viso dell’altro, ascoltiamo il tono della voce, percepiamo una pausa, uno sguardo infastidito, magari l’imbarazzo. Possiamo anche litigare, certo, ma dobbiamo continuamente fare i conti con la presenza fisica del nostro interlocutore.
Online molti di questi segnali scompaiono. Restano una fotografia, un nome, qualche riga di testo e un pulsante che consente di pubblicare in pochi secondi ciò che stiamo pensando. Ed è proprio in quello spazio, apparentemente insignificante, tra pensiero e pubblicazione che può cambiare il nostro comportamento.
Quando lo schermo diventa una corazza
Un episodio riportato nel materiale da cui nasce questa riflessione è particolarmente significativo. Una giovane donna aveva rivolto online insulti molto pesanti a Selvaggia Lucarelli. Quando l’interazione abbandonò lo schermo e la ragazza venne messa direttamente a confronto con la destinataria di quelle parole, il suo registro cambiò radicalmente. È un singolo caso, naturalmente, non dimostra una regola generale. La domanda che solleva, però, è interessante. Com’è possibile che la stessa persona utilizzi modalità di comunicazione tanto differenti?
La psicologia studia il fenomeno da tempo. Nel 2004 lo psicologo John Suler lo descrisse come “online disinhibition effect”, l’effetto di disinibizione online. Anonimato, invisibilità, asincronia e distanza dall’interlocutore possono contribuire ad abbassare alcuni dei freni che regolano normalmente la comunicazione faccia a faccia. Questo non significa che dietro ogni persona educata si nasconda un piccolo mostro che Internet finalmente libera. Sarebbe una spiegazione affascinante per la sua semplicità e probabilmente sbagliata proprio per lo stesso motivo.
Il comportamento digitale nasce dall’interazione tra caratteristiche personali e ambiente. Lo smartphone non ci trasforma automaticamente in persone aggressive, ma modifica alcune delle condizioni nelle quali comunichiamo. E non è esattamente la stessa cosa.
Il Far Web non è un luogo nascosto della Rete
È qui che diventa utile il concetto di Far Web sviluppato dal giornalista e autore Matteo Grandi. L’espressione richiama volutamente il Far West, ma non identifica una zona nascosta della Rete e non è sinonimo di Deep Web. Descrive piuttosto la percezione di Internet come un territorio nel quale le normali regole della convivenza sembrano perdere consistenza. Una sorta di zona franca psicologica.
Il concetto sposta così l’attenzione dalla tecnologia alla relazione che abbiamo costruito con essa. I social non possono essere considerati la causa universale dell’aggressività contemporanea. Allo stesso tempo sarebbe ingenuo sostenere che il mezzo sia neutrale. La comunicazione cambia quando cambia l’ambiente nel quale avviene.
Sui social prima reagiamo, poi forse pensiamo
C’è una caratteristica delle piattaforme digitali che consideriamo quasi sempre un vantaggio, la velocità. Vediamo. Reagiamo. Commentiamo. Condividiamo. Qualcuno pubblica una frase che ci irrita. Compare un video di pochi secondi senza contesto. Leggiamo un titolo che conferma esattamente quello che già pensavamo. Ed eccoci pronti a rispondere.

Il problema non è la velocità in sé. Ma nasce quando la rapidità della comunicazione comprime lo spazio disponibile per una domanda molto semplice. “Ho davvero capito quello che sto commentando?” Subito dopo potrebbe arrivarne un’altra. “Direi la stessa cosa se questa persona fosse davanti a me?”. L’ecosistema digitale aggiunge una seconda variabile. Non ci limitiamo a esprimere emozioni, interpretiamo continuamente quelle degli altri.
Una ricerca pubblicata su Nature Human Behaviour nel 2023 ha rilevato, attraverso uno studio condotto su Twitter e successivi esperimenti, una tendenza a sovrastimare l’indignazione morale espressa dagli altri utenti. Questa percezione può contribuire a far apparire l’ambiente sociale più ostile e polarizzato di quanto gli stessi autori dei messaggi dichiarino di sentirlo. Potremmo quindi entrare in un social, osservare molte persone apparentemente furiose e concludere che essere furiosi sia normale e poi comportarci di conseguenza. Non significa che Internet ci renda inevitabilmente aggressivi. Significa, piuttosto, che online interpretiamo la realtà sociale attraverso un ambiente che elimina alcuni segnali e ne amplifica altri.
Quando un commento diventa uno sciame digitale
Fin qui abbiamo parlato dell’individuo. Il fenomeno cambia dimensione quando arrivano gli altri. Un commento offensivo è una cosa. Centinaia di persone che convergono contemporaneamente sullo stesso bersaglio sono qualcosa di diverso.
È utile riflettere, a questo proposito, sul concetto di sciame digitale del filosofo Byung Chul Han. L’immagine descrive individui che non devono necessariamente conoscersi o organizzarsi per agire, temporaneamente, nella stessa direzione. Basta un bersaglio. Per chi scrive, il proprio messaggio è soltanto uno. Per chi li riceve, invece, possono essere centinaia o migliaia. Questa differenza di prospettiva è fondamentale.
Il singolo commentatore può convincersi di aver scritto soltanto una battuta feroce destinata a perdersi nel flusso. La persona dall’altra parte dello schermo riceve invece l’effetto cumulativo dell’intero sciame. Ed è qui che la vecchia separazione tra “virtuale” e “reale” mostra tutta la sua debolezza. Una parola può essere digitale guardando al mezzo con cui viene trasmessa, le sue conseguenze non sono necessariamente digitali.
Internet non è una zona franca
Anche sul piano giuridico l’idea di una Rete separata dalla realtà è fuorviante. In Italia la legge n. 71 del 2017 ha introdotto specifiche misure per la prevenzione e il contrasto del cyberbullismo. Il quadro è stato successivamente ampliato dalla legge n. 70 del 2024, che ha esteso l’intervento al bullismo e rafforzato l’impostazione preventiva ed educativa.
Naturalmente non ogni frase sgradevole costituisce un illecito e non ogni litigio online può essere definito cyberbullismo. Contesto, condotta, soggetti coinvolti e caratteristiche del comportamento fanno la differenza. Il principio da ricordare è più semplice. Lo schermo può darci una sensazione di distanza. Non ci consegna l’impunità.
Prima di pubblicare la decisione resta nostra
A questo punto sarebbe facile concludere chiedendo algoritmi migliori, moderatori più efficienti, piattaforme più responsabili e nuove regole. Tutte questioni legittime. Ma rimarrebbe fuori un elemento fondamentale. Noi!
Tra l’algoritmo che ci mostra un contenuto e il commento che comparirà sotto quel contenuto esiste ancora uno spazio, magari brevissimo, nel quale la decisione è nostra. Possiamo leggere prima di reagire. Verificare prima di condividere. Criticare un’idea senza trasformare chi la sostiene in un nemico. Possiamo persino essere arrabbiati, indignati o sarcastici. Il conflitto fa parte della discussione pubblica. L’aggressione personale è un’altra cosa.
Forse il vero errore è continuare a immaginare due mondi distinti, quello reale e quello virtuale. Ci sono persone reali che comunicano attraverso strumenti digitali. Persone che si arrabbiano, provocano, sbagliano, ridono e soffrono. E che qualche volta dimenticano che dall’altra parte dello schermo c’è qualcuno capace di provare esattamente le stesse cose. Per questo, prima ancora di chiederci chi siano gli hater, potrebbe essere utile porci una domanda decisamente più scomoda. Quando scriviamo qualcosa dietro uno schermo, siamo davvero sicuri che la diremmo nello stesso modo guardando negli occhi la persona che abbiamo davanti?
| Dr.ssa Federica De Angelis Libero professionista, laureata in Psicologia dei Processi Cognitivi e del Recupero Funzionale e specializzata in Psicoterapia Cognitivo Comportamentale presso la CRP di Roma. iscritta all’Ordine degli Psicologi della Regione Campania con il numero 4606 Leggi altri articoli dello stesso autore… |
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